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Piazza Sant'Antonio 5, Falconara Marittima

Le vite dietro i documenti: storie dal Collegio dei Piccoli Missionari di Sassoferrato

Luciano Marini nasce a Montegallo, in provincia di Ascoli Piceno, il 5 marzo 1940. È il terzogenito di Vincenza Pacetti, casalinga, e Felice Marini, bracciante. Il padre, come leggiamo in un documento circa lo stato della famiglia, non possiede quasi nulla. La famiglia, tuttavia, è cristiana, frequenta i sacramenti e conduce una vita onesta. Il piccolo Luciano serve inoltre le funzionireligiose nella chiesa del suo paese e, secondo il parroco, è un bambino dal carattere mite, docile, gioviale e schietto.

Per essere ammesso al Collegio dei Piccoli Missionari di S. Antonio a Sassoferrato, nel 1953, gli bastano dunque un attestato di buona condotta rilasciato dalla parrocchia di S. Lucia a Montegallo, una dichiarazione medica che ne certifichi la buona salute e il consenso dei genitori.

Qui Luciano trascorre gli anni successivi, dedicandosi agli studi, mentre la sua famiglia cerca di affrontare le difficoltà della vita contadina nel dopoguerra. Nel 1957, la madre invia una lettera accorata al reverendo padre Sanzio, supplicandolo di concedere una dilazione nel pagamento delle rette annuali del figlio. Alla già precaria situazione economica si è infatti aggiunta una grave malattia: un’artrite cronica deformante che le impedisce di lavorare. In casa ci sono ancora due figli a carico e una nuova figlia da mantenere.

Il percorso di Luciano in collegio prosegue fino al 1959, quando viene giudicato inadatto alla vita religiosa. La comunicazione che gli viene rivolta restituisce, con parole oggi particolarmente dure, la concezione dell’istruzione e delle capacità individuali che emerge da questi documenti:

«Tu non puoi tornare in Collegio perché non hai intelligenza sufficiente per poter proseguire negli studi. Non è questa una tua colpa, perché l’intelligenza è un dono del Signore per cui nessuno può gloriosamente come nessuno può esserne considerato colpevole non avendola».

Una storia diversa è quella di Ernesto Lametti, nato a Genga nel 1936. È ripetente in seconda classe, ma la documentazione precisa che ciò è avvenuto solo a causa della guerra in zona. Rimasto orfano di madre, viene affidato dal padre alle cure dei frati, che possono garantirgli un percorso educativo che la famiglia, per mancanza di tempo e di risorse, fatica ad assicurargli.

Giudicato dotato di buone capacità intellettive, Ernesto scappa di casa per dirigersi al collegio prima ancora di essere ammesso. Nel 1948, sarà accolto anche grazie alla presentazione del parroco, che nella propria relazione scrive:

«Verrà informato verbalmente delle condizioni di famiglia del giovane, disagiate economicamente ma ancor più difficili moralmente a causa di una certa deficienza mentale della matrigna. […] Il giovane desiderava sempre poter raggiungere il suo ideale e l’atto di coraggio di abbandonare la casa senza dir nulla a nessuno ne è testimonianza».

Queste sono soltanto due delle centinaia di storie che emergono dalle carte conservate presso la BAP, che custodisce l’archivio del Collegio dei Piccoli Missionari di Sassoferrato. Il fondo comprende centinaia di cartelle personali degli allievi, oltre a numerosi registri di classe e dei consigli scolastici, e copre un arco cronologico che va dai primi del ‘900 fino alla definitiva chiusura della struttura.

Al di là delle vicende dei singoli, questa documentazione costituisce una fonte preziosa per gli studi storici e storico-sociali. Attraverso le domande di ammissione, le relazioni dei parroci, la corrispondenza tra famiglie e istituzione e i giudizi scolastici, è possibile ricostruire non soltanto i percorsi educativi dei giovani ospiti, ma anche le condizioni materiali delle loro famiglie, le conseguenze della guerra, le difficoltà economiche del mondo rurale e il ruolo svolto dalle istituzioni religiose nell’assistenza e nella formazione dei minori.

Le carte restituiscono inoltre uno spaccato dei criteri con cui venivano valutati i ragazzi, delle aspettative riposte in loro e delle possibilità che si aprivano — o si chiudevano — al termine del percorso in collegio. Povertà, abbandono, rendimento scolastico, condotta morale e vocazione religiosa diventano così elementi attraverso cui osservare i rapporti tra famiglia, Chiesa e società nel secondo dopoguerra.

L’archivio permette, in questo modo, di affiancare alla storia delle istituzioni quella delle persone che le hanno attraversate. Dietro ogni fascicolo non c’è soltanto una pratica amministrativa, ma una vicenda individuale che, se letta nel suo contesto, contribuisce a illuminare le trasformazioni sociali di un’intera epoca.