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Piazza Sant'Antonio 5, Falconara Marittima

La maschera funebre di padre Simone Filippovich

Tra gli oggetti più particolari conservati nel nostro archivio c’è senza dubbio la maschera funebre di padre Simone Filippovich, protagonista negli anni di non pochi spaventi.

La maschera si trova, indicativamente, al centro della stanza, appesa a una colonna tra due file di scaffalature. Si tratta di un manufatto dall’aspetto grezzo, realizzato in argilla porosa e lavorato sommariamente per riprodurre le fattezze del defunto. Sebbene oggi una simile pratica possa suscitare sorpresa, la realizzazione di maschere mortuarie affonda le proprie radici in tempi remoti e si inserisce in una lunga storia di usanze funerarie e diverse culture.

Maschere e manufatti destinati a conservare le sembianze dei defunti sono attestati in diverse culture e in differenti epoche storiche. Le loro funzioni, tuttavia, non erano ovunque le stesse: accanto alla volontà di preservare la memoria del defunto e di riprodurne i tratti somatici, in alcuni contesti queste pratiche erano legate a credenze religiose e magiche. La conservazione della testa o del volto poteva assumere, infatti, un significato simbolico connesso alla sopravvivenza dopo la morte e alla protezione dalle forze ostili. In determinate tradizioni, le maschere svolgevano dunque anche una funzione apotropaica, ossia erano ritenute capaci di allontanare il male.

In Italia, una delle testimonianze più significative dell’impiego di immagini dei defunti è rappresentata dalla cultura romana, nella quale la riproduzione dei volti degli antenati era strettamente legata alla memoria familiare. Nelle famiglie romane aristocratiche si conservavano le cosiddette imagines maiorum, immagini degli antenati realizzate in cera e custodite in appositi armadi, generalmente nell’atrio. In occasione dei funerali di personaggi illustri, queste immagini potevano essere indossate personificando gli antenati del defunto e ricreando simbolicamente la presenza delle generazioni precedenti, sottolineando la continuità della famiglia.

Nel corso dei secoli, le pratiche legate alla riproduzione del volto dei morti conobbero trasformazioni significative. Verso la fine del Medioevo e soprattutto nell’età moderna si diffuse la realizzazione di vere e proprie maschere mortuarie, ottenute attraverso calchi del volto e realizzate con materiali diversi, tra cui cera e gesso. A differenza delle maschere destinate alla sepoltura, questi manufatti potevano essere conservati dopo il funerale e impiegati per perpetuare la memoria del defunto.

Ed è proprio al XVIII secolo che risale la vicenda di padre Simone Filippovich (1732-1802), religioso francescano originario di Seona, in Bosnia, morto a Ripatransone, nelle Marche.

Le fonti lo ricordano come Servo di Dio, espressione con cui la Chiesa cattolica indica una persona per la quale è stata avviata una causa di beatificazione o canonizzazione. Filippovich trascorse molti anni presso il convento di ritiro di Ripatransone, luogo legato alla presenza di religiosi dediti a una vita di preghiera e raccoglimento.

La sua figura è associata a una profonda esperienza ascetica, caratterizzata dalla preghiera e dalla contemplazione, e fu oggetto di biografie di carattere spirituale. La conservazione di una maschera funebre che ne riproduce le sembianze potrebbe essere collegata proprio alla fama di santità di cui godette in vita o dopo la morte. La realizzazione del manufatto potrebbe aver risposto al desiderio di preservarne il ricordo, rendendo visibile e tangibile la memoria di un religioso considerato esemplare.

La maschera funebre di padre Simone Filippovich è molto più di un oggetto curioso custodito tra gli scaffali dell’archivio. È una testimonianza materiale che ci permette di avvicinarci al rapporto tra morte, memoria e devozione religiosa in età moderna.